Elisa Lorenzelli Scultrice

L'opera generale

La scultura minimalista, ridotta all’essenza, volumetrica o bidimensionale, pura e marmorea e nei supporti luminescenti in metallo, riconduce la presenza preponderante di una femminilità archetipica, singolarmente in un contesto in cui la purezza della plasticità e la perizia tecnica si fanno talismano totemico-moderno, di un’ancestrale forza naturalistica ed organica della donna amante-madre, in un linguaggio che tende alla progressiva astrazione, decodificabile e familiare all’Uomo tecnologico, moderno e contemporaneo. Quel che resta del disagio post-moderno, dei ritmi della quotidianità, nel momento in cui irrompe la forza naturalistica di forme morbide, ma decise, in un equilibrio plastico fatto di parti razionali, spazi vuoti “incastonati” in un assemblaggio armonico in andamento sinfonico-musicale e sovente, come nei neo-totem di Brancusi, con tendenza in verticale.
È la ricerca della scultrice Elisa Lorenzelli, a tratti serena e senza meta, a tratti più sofferta e approfondita, nel “mare aperto” di una identità socio-psicologica (“Metà donna”, “Piccola figura slanciata”) che aspira, senza mai raggiungerla completamente, all’assolutezza di una identificazione, oscillando armonicamente tra le molteplici possibilità dell’essere, sul palcoscenico imponderabile e naturalistico dei ruoli dell’Io.
Gli scenari del mare, dall’ambiente di origine, la costa livornese da San Vincenzo fino alle suggestioni scenografiche della propaggine di Piombino, dirimpetto alle isole dell’arcipelago Toscano, contaminano l’opera generale della giovane artista, che riesce a filtrare le emozioni di una riconciliazione in solitudine con gli spazi costieri, evocativi di antiche storie, custodi di enigmi, negli studi in immedesimazione su forme, movenze, cromie e gradazioni di luce, nel silenzio di un riscoperto rapporto, irrisolto e aperto, nel territorio metafisico che sta tra la materia e l’essenzialità dello spirito e del pensiero.
La fauna marina e terrestre, è sedotta essa stessa nel gioco di forme di Elisa Lorenzelli (“Forme serpeggianti”, “Donna fenicottero”), in un passaggio sofferto, testimoniato dal connubio tra morbidezza dei volumi e contorni e durezza del supporto, tra un mondo dell’infanzia forse più prosastico ed iconicizzato, e l’affermarsi di una femminilità decisa, sensuale, libera e compiuta, con uno sguardo nostalgico alle certezze del passato.
La stessa arte rupestre è ricondotta, in una sorta di continuità ideale, attraverso l’evoluzione stessa delle linee organiche, negli spettri multitonali in metallo o nelle levigatezze pure dei marmi, verso una conservazione ultima di senso, fissata nelle geometrie decise della forma finita (esemplificativa l’opera “Sinuosità”).
La femminilità contemporanea si rispecchia così in quella arcaica, nel movimento immortalato, come in uno scatto fotografico immediato, alla ricerca di un luogo ultimo di contenimento dell’essere, con qualche concessione, nella figura umana ripiegata in avanti, nei marmi sostenuti da griglie speculari in metallo, ai ripiegamenti interiori espressionisti, in sculture di per sé stesse più vicine, ad un primo sguardo, alla purezza rappresentativa ed ideale, classica e neoclassica, in contesto astratto.

L'archetipo organico speculare del Sé

Nella ricerca formale di Elisa Lorenzelli il percorso creativo passa attraverso multilivelli di autoconsapevolezza, nella trasposizione all’esterno, nel disegno-progetto preparatorio, continuato, ripetuto e reiterato su decine di fogli e supporti, già opera per certi aspetti a sé stante e finita, quasi un’ossessività espressionista in ambiente ponderato e razionale, nella ricerca dei contorni lineari che demarcano, con andamento deciso, frontale e lineare, o di saettante pulsione cinetica sinusoidale, la continuità percepita e sperimentata tra il senso dei contorni del proprio corpo.
L’armonia, l’equilibrio, il dialogo tra le parti volumetriche che si delinea come auto-coscienza e visione proiettata all’esterno nella cristallizzazione archetipica finale di volumetrie e “morbidezze” vitali: messaggio ultimo di sintesi universale dalla proiezione in forma definita e finale dell’individuale intimità esperenziale.
C’è nel disegno preparatorio il precipitato sottile della grazia nostalgica di Modigliani, omaggio alla prima modernità nel recupero della linea elegante e netta, essenza gentile di una sereno e consapevole dialogo, nel rallentamento dei ritmi quotidiani, con l’essenza della femminilità ancestrale.
I volumi sferici si materializzano, in un divenire di forme di seducente armonia, sulla scia del rapporto interno-esterno, non essere-essere, spazi pieni-spazi vuoti, in virtù della lavorazione continuata, nella levigatezza della pietra che parla di identità antiche, nella ricerca di un linguaggio autonomo che tende alla completezza serena di una condizione riscoperta, che aspira ad un messaggio ultimo, immediato ed assoluto.

Le influenze

Come Hans Jeans Arp, fra geometrie, forme organiche e astrazione progressiva, la ricerca del mondo spirituale invisibile, attraverso i percorsi sperimentali delle avanguardie (Surrealismo, Blaue Reiter, Dada) verso le esigenze più concettuali della modernità e contemporaneità, si concretizza in un neo-animismo di soggetti che si armonizzano con la natura incastonandosi nell’infinito gioco di volumi che inventano e danno senso e direzione alle infinità spazio-temporali: l’arte concreta che si distingue dall’istintualità pura dell’informale.
Allieva all’Accademia di Carrara di Pier Giorgio Balocchi, titolare della Cattedra di Scultura, di cui si percepisce un certo precipitato nel rigore e nitidezza delle opere, attuale collaboratrice del maestro Franco Mauro Franchi, è dall’insegnante di tecnologie del marmo Francesco Cremoni, che è maggiormente influenzata, negli anni della formazione, nelle ricerche sulle trasformazioni dei marmi in virtù della luce, nello stile dello scultore caratterizzato da ondulazioni preziose e barocche e dalle aperture sull’infinito, in figurazioni sospinte verso la trasformazione astratta-informale.
Nei torsi e studi di movimenti, la memoria rievoca le astrazioni geometriche scultoree di Alberto Viani, nelle sculture connotate però dalla genesi formale e persistenza della morbidezza sferica, vagamente invasiva, fonte di vita ancestrale. Per gli aspetti legati al classicismo in chiave neo-classica, ritorna anche la ricerca complessa di Antonio Canova, fra razionalità e purezza ideale e contenuti concettuali di forza lirica e filosofica, ancor più estremizzati, nella drammaticità tendente all’assolutezza, tipica dell’opera minimalista-astratta di idealizzazione delle stesse emozionalità, riconsegnate ai codici allegorici di un linguaggio universale.

Elena Capone