Anima Femminile

Elisa Lorenzelli Scultrice


Il Cosmo nell’Arte di Elisa Lorenzelli

Se c’è un termine che racchiude un concetto che più d’ogni altro mette d’accordo il pensiero scientifico, quello teologico e quello filosofico questo è il COSMO. Per Cosmo gli antichi intendevano l’ordine armonico che si rivelava nel creato dopo il caos primigenio. È come dire che dal caos una scintilla del creatore ha permesso che una massa anonima e informe avesse una nuova immagine, un ruolo preciso nel creato e un motivo speciale. Tutto ciò per ogni cosa creata non solo per l’uomo. Per i filosofi greci il Cosmo rappresentava l’idea di bellezza massima cioè unità tra animum, psiche e persona esteriore, vita razionale. Una persona che viveva questa unità era in uno stato di grazia e aveva il dono di rendere belle anche le cose che aveva intorno. Per i filosofi pitagorici, quella scintilla che trasformò il caos in Cosmo, è presente in ogni essere vivente, da quella più grande a quella invisibile, come se l’infinitamente grande avesse immagine e ragione di esistere anche nell’infinitamente piccolo e così l’infinitamente piccolo si riflette e si può riconoscere nell’infinitamente grande.
Era così per i filosofi neoplatonici come Marsilio Ficino, Giordano Bruno, Francesco Bacone, per Leon Battista Alberti, Leonardo da Vinci, e Michelangelo Buonarroti. L’infinitamente grande si poteva riconoscere nella linea che diveniva simbolo, nel mistero della rappresentazione sacra, e in quel fare arte che libera l’idea dalla grezza materia.
È così che va concepita e si può avere piena conoscenza dell’opera e delle filosofia estetica di Elisa Lorenzelli.
Ho conosciuto quest’artista tramite un amico comune, il gallerista Michele Greco, esile e con lo sguardo da ragazza tutto fa pensare che si possa occupare di scultura e scultura in marmo. Nella concezione maschilista dell’uomo occidentale non sfugge la banale considerazione che chi usa martello e marmo debba avere muscoli potenti e energia grezza, la sola che possa rendere forma la rude e dura massa marmorea. La storia però porta fatti che confutano quanto ho scritto, sia Michelangelo Buonarroti che Antonio Canova avevano un fisico esile e non erano affatto muscolosi. Negli scritti del Buonarroti appare un animo gentile e proteso verso il coinvolgimento dei sentimenti per ogni aspetto che mostrasse la magnificenza del creatore nelle specie del creato. È così anche per la Lorenzelli, decisa e ferma nel raggiungere i suoi obiettivi nell’evoluzione della ricerca artistica e capace di stupirsi e di coinvolgere i sentimenti fino a commuoversi così come fanno quelle persone che vivono la vita come fosse una scoperta che si rinnova ogni giorno. La genialità di quest’artista, credo, nasca proprio da quest’aspetto che è caratteristica anche dei poeti, lei ascolta il vento dell’eros che è la scintilla primigenia che nasce dal cuore e si plasma tutto con la ragione dei sentimenti, in questo modo si trasforma tutto in energia e non c’è rudezza o durezza marmorea che tenga, tutto si plasma, tutto si rigenera. La forma neoplatonica che Michelangelo liberava dalla “bruta materia” in Elisa Lorenzelli diventa il processo evolutivo che porta l’ispirazione a divenire disegno, bozzetto e poi forma che si modella nella materia.
È nell’Eros che si unisce a Psiche che si genera la scintilla creatrice e ancora il caos diviene cosmo sotto la direttiva di una dea. Non è la melanconia che deriva dalla riflessione su i ricordi che genera in quest’artista l’ispirazione, sono piuttosto quelle emozioni e quelle sensazioni che nascono dall’esperienza del vivere la vita reale.
Elisa rappresenta se stessa, la sua anima e la sua femminilità di giovane donna che in questo contesto moderno riesce a mantenere un cuore da ragazza. Lei da figura alla sua essenza fatta di semplicità, delicatezza, sensualità, dolcezza unite a fermezza, praticità, volontà. Le sue forme sono l’evoluzione della linea che dal disegno iniziale si trasforma e trasmuta in forma.
I suoi bozzetti sono già definizione di opera finita, lei ha la stessa concezione del disegno che fu per Paolo Caliari, il Veronese. Non usa l’ombra nei suoi disegni preparatori è tutto elaborato nella sua mente d’artista. Per ogni opera elabora dai quindici ai venti disegni e ognuno può essere considerato opera finita. Poi l’idea la trasporta direttamente sul marmo qualche volta, il segno la linea divine silhouette così come fu per Alberto Viani. Ma se per lo scultore mantovano la forma finale era sintesi dell’idea, asciutta e priva di ogni retorica per la Lorenzelli la figura finale è una sorta di armonica fusione di tonalità per cui ogni parte convessa si armonizza con la superficie piana che lascia scivolare la luce e produce una sottile linea d’ombra. Non esegue bozzetti in gesso, né in altro materiale, è l’emozione a guidare la mano e gli utensili di quest’artista. Riporta le misure dal bozzetto finale al blocco di marmo e poi è la foga creatrice femminile che ancora dal caos genera il cosmo. Quando il blocco informe appare col disegno, la Lorenzelli diviene una sorta di sciamana e danza il suo rito fatto di metodi specifici che non snaturano la sua essenza femminile. Prima toglie i volumi che sono in più per liberare la sagoma e poi crea volume, curve, e superfici che si slanciano e poi pieghe anse che donano a ogni sua figura un’eleganza che è un’altra peculiarità del suo fare arte. È come se ogni sua scultura si collochi nello spazio per fa sì che l’armonia si completi con i giochi di luce e ombra sulla superficie.
È come se la leggerezza e gli equilibri di Auguste Calder e la sintetica armonia di Alberto Viani trovassero in quest’artista la giusta amalgama.
Elisa usa il flessibile con i dischi diamantati e il martellino pneumatico con i vari scalpelli e le mole con le frese, ma è la fase finale che esegue puntualmente a mano a dare anima all’opera e a generare il “finito”. È una sorta di rapporto sensuale tra creatrice e creatura come una madre quando carezza la sua creatura.
Le carezze hanno un linguaggio antico, non si posso spiegare con alcuna espressione verbale. Un padre e una madre non lo sanno dire ma in cuor loro hanno la convinzione che quelle carezze stanno crescendo la propria creatura meglio degli alimenti. È il paradosso della vita che meglio che più d’ogni disciplina sa spiegare chi usa la creatività per esprimere il suo vivere il tempo.
È questo concetto che completa, nell’empirico, la filosofia estetica di Elisa Lorenzelli. Le sue opere sono a tutto tondo e in ogni opera si erge forte il suo amore per la danza, per le maree, altra simbologia femminile, per le dee dell’antichità e per Era che creò ogni essere vivente e gli elementi.
Con quest’ artista e con pochi altri si sta generando in questi tempi un nuovo classicismo, la Lorenzelli si fa condurre dai miti greci e più ancora dall’eco lontano del matriarcato. E mi piace terminare evocando le figure femminili che altri artisti impressero nella pietra perché gli uomini avessero a imparare che nel femminile è riposto il rimedio a un modo sempre più misogino e votato a guerre economiche e militari, Elisa Lorenzelli è timida e con difficoltà riesce a parlare del suo fare arte, in effetti un artista, un vero artista non deve parlare deve lasciar che le opere parlino per lui. Elisa con le sue sculture ci canta la sua poesia e indica una strada che sa di semplicità, dolcezza e fermezza insieme, è il suo modo di generare ancora il Cosmo dall’odierno caos.

Alberto D'Atanasio - Docente M.I.U.R. di Storia dell’Arte e Semiologia dei Linguaggi non Verbali