Elisa Lorenzelli

Elisa Lorenzelli Scultrice



L'essenza rivelata al femminile

Il fascino ancestrale della forma scultorea, la sua solidità, il rapporto spesso di messa in discussione dello spazio, la continuità stessa del pensiero attraverso la materia, impronta di sé le ricerche artistiche contemporanee, talvolta anche nell’opera di talenti giovanissimi, come nel caso di Elisa Lorenzelli, che ha già nelle sue realizzazioni in marmo e metallo, la forza, il profilo, l’eleganza disinvolta, i precipitati di un percorso storico universale e che viene da lontano.
Un dono estetico rivolto all’essenza riscoperta del femminile, è il parametro portante della ricerca attuale di Elisa, consapevole della circolarità del tempo, del necessario rivolgersi al passato come struttura e dono di orientamento al presente, ma anche la responsabilizzazione nei confronti del presente, dove il cambiamento è veloce e la memoria sfuggevole. E le sue figure femminili, sanno essere arcaiche e moderne, classiche e rupestri, in un gioco percettivo che coinvolge anche la fauna marina e terrestre, nella restituzione dell’immagine riequilibrante di una sirena atemporale, adeguata al ritmo frenetico e complesso dell’era moderna.
Sono le facoltà del sentire chiamate principalmente in causa, nello spazio libero dell’arte, energie riscoperte come fondanti dello stesso pensiero razionale, nella restituzione ultima di una “donna a più dimensioni”, ritratto adeguato ed intramontabile di un’identità che richiede il suo ruolo, con la persuasione riuscita di un linguaggio essenziale ed adeguato, dove fragilità e forza convivono, e in cui la figurazione intuibile e familiare prende vigore e stabilità, dalla linea semplificata della sua stessa astrazione e magneticamente coinvolgente, progressiva semplificazione.

Elena Capone - Critico d'arte

La bellezza del femminile

Lorenzelli Elisa è una di quelle donne artiste che disarmano la coscienza maschilista e misogina che è ancora retaggio dei nostri tempi così moderni e talvolta così vuoti e inutili. L’ho conosciuta in una premiazione, dove io stesso ero in giuria. Non ho votato per lei perché le sue opere non mi furono mai mostrate. Ho visto lei prima di ciò che è la sua essenza di giovane donna dal cuore di bimba. La cerimonia era paradossale e insulsa, mi sedetti vicino a lei perché non c’era altra sedia libera, mi sorrise, ricambiai il sorriso, mi disse: posso darle i miei cataloghi professore? Annuì e misi i suoi cataloghi sotto quelli che avevo già ricevuto da altri. Non diedi importanza. Troppo giovane, troppo bella, e poi è bionda non ha alcun tipo di cliché. La cerimonia di premiazione continuò a lungo e io per reprimere sbadigli e maledizioni cominciai a leggere ciò che avevo accatastato sulle ginocchia, aprì il suo catalogo e mi sentii sciocco, vecchio e schiavo di pregiudizi di un patriarcato mai morto forse anche a causa mia. Elisa ha avuto il coraggio di misurarsi con la scultura e ha scoperto la durezza del marmo ma anche la sua fragilità. Ha sudato respirando gli odori acuti del legno e del ferro e invece di abbrutirsi è restata magnificamente donna con un cuore di bimba. La sua arte canta un canto libero e liberante che non ha niente di femminismo si badi bene, è libero per chi ha un cuore e una mente ancora capace di emozionarsi e di ricominciare come se si nascesse, di nuovo, ogni giorno. Elisa Lorenzelli ha voluto e vuole emozionare con l'eco di quella donna che vuole urlare oltre il vacuo protagonismo del rotocalco, della televisione e di certo cinema per fissare i invece connotati che fondano la catarsi, entrano negli occhi e invadono la mente di chi sa cercare il vero e non ha paura di andare oltre le apparenze. Moderno e antico nelle sue opere si armonizzano, simbolo linea e superficie diventano tramite tra soprannaturale e terreno. Non è Iside, né Artemide, né Cibele, è una donna bellissima, rarefatta resa effimera dal suo essere icona e quindi eterna nel suo essere idealizzata. La bellezza è qui equilibrio e obiettivo da raggiungere, è la bellezza del femminile di un dio che scelse la donna e il femminile per rivelarsi alle sue creature e volle che l'immagine sua, al maschile fosse uccisa perchè infine (apocalisse) fosse ancora una donna ad aprire di nuovo il varco, in eterno, senza più l’oblio della morte. Ecco perché le sue figure sono espressione minimalista di una bellezza antica. Il femminile di Lorenzelli elisa è quello del Dio Padre che in Rembrandt accoglie il figlio prodigo abbracciandolo e poggiando le mani su una schiena ricurva e disperata. Due mani, quelle dipinte da Rembrandt, una maschile e una palesemente femminile come se il padre stesso è tale solo quando assume le sembianze del dio misericordioso che dona la libertà al figlio di andarsene e scopre la sua parte femminile quando lo riaccoglie a se. Il femminile nelle opere di Elisa è quello della dea della bellezza che in Botticelli disarma Ares il dio della guerra mentre dorme esausto e inconsapevole della bellezza che lo veglia. il femminile in Elisa è raffigurato come porta, accesso, varco; è un chiaro messaggio ad un ritorno al femminino sacro e a considerare la donna e il femminile nella sua più autentica etimologia religiosa e soprannaturale. Elisa Lorenzelli è una di quelle donne artiste che disarmano la coscienza maschilista e misogina che è ancora retaggio dei nostri tempi così moderni e talvolta così vuoti e inutili. Io mi sono lasciato disarmare e ho ricominciato il mio cammino. Non ho altro da dire per ora e a chi avrà la fortuna di guardare e farsi guardare dalle sue opere auguro di lasciare corazze e armi e buon viaggio.

Alberto D’Atanasio - Docente di Storia dell’Arte e Semiologia dei Linguaggi non Verbali

Scolpire

In una breve biografia artistica, breve d’anni anche se intensi, più che narrare i fatti si è spinti a cercare delle chiavi e a quanto di emblematico e forse premonitore è avvenuto. È la stessa operazione che si ripete verso la fine di un percorso, verificando che le orme lasciate alle spalle rientrino o meno, nell’ordine di una mappa. Nel nostro caso, quello di una giovane e attivissima scultrice, nata a Piombino nel 1983, i segni sono tutti lì, sulla sua persona e accanto, per così dire in anticipo rispetto al gesto artistico. Nella foto che la ritrae e accompagna il catalogo, il viso spunta a metà, si allarga in un sorriso, ti fissa senza sconti con un occhio. I capelli domati e il pendente all’orecchio aggiungono come un commento, un’allusione al rigore e alla curiosità, due aspetti che solo una salda ambizione può riunire. Dice che l’arte, in questo simile alla vita, non chiede di nascondersi, ma semmai di ritrarsi, di sgombrare il campo, tenendo lo sguardo dritto sul punto prescelto. L’uomo compiuto e ancor più l’artista osserva a lungo, pazientemente, talvolta fantasticando, in uno stato altalenante di coinvolgimento e distacco ma senza mai voltare le spalle alla verità. Con essa, col senso e la durata delle cose, sviluppa un rapporto di seduzione a distanza fino al momento in cui ne tenta l’abbraccio. Altre foto di Elisa Lorenzelli al lavoro potrebbero sembrare giusto didascaliche. Vanno, invece, lette come parte essenziale del ritratto. Gli abiti e gli attrezzi ne vestono la determinazione, la lotta e lo scontro con la materia al centro del lavoro. Dalla visione delle opere finite non possiamo escludere il contatto fisico, la fatica, la polvere e quel viso, coperto dalla mascherina, con uno straccio bianco intorno alla testa. In quei momenti, avviene la trasformazione di cui parlavamo prima, si dà atto alla volontà di chiarire un pensiero impellente. La nascita di questo piuttosto che di un altro linguaggio è dipeso anche dalle circostanze: quella di provenire da una famiglia edile che per tradizione costruisce, delimita e tira su spazi in cui vivere o di aver avuto un nonno materno che amava e praticava il disegno. Echi, esempi quotidiani che si sono mischiati al ritmo d’impresa, alla benevola confusione dei cantieri. Non c’è dubbio che un ambiente così, piantato in Toscana, a San Vincenzo, in faccia al Tirreno, possa riconoscere d’istinto la diversità solo se questa sa darsi i mezzi, riuscendo ad esprimersi con passione, totalmente. Elisa Lorenzelli ha fatto quello che veramente voleva fin dai tempi del Liceo artistico Pietro Aldi di Grosseto, partendo dal disegno, dai ritratti, scegliendo poi, con naturalezza, con sincerità, la scultura. Scelta ribadita, iscrivendosi all’Accademia di Belle Arti di Carrara, dove si è laureata nel 2006, con una tesi su Moore e Arp, esponenti di primo piano della cosiddetta astrazione organica. In quegli anni formativi si è confrontata direttamente col marmo, sotto lo sguardo di Pier Giorgio Balocchi e Francesco Cremoni, suoi insegnati, prendendo a costante riferimento le opere di Brancusi, Tarabella, Viani, Arp, Signori. E quando oggi si muove tra il giardino, il garage e “gli attrezzi del babbo” è come se qui lo facesse da sempre, da generazioni. Le ho chiesto, con giustificata impertinenza, come inizia il processo creativo, da quali pause e attenzioni si attiva il corto circuito di una forma. “Quando arriva, il mio primo passo è fare uno schizzo – ha risposto – fermare l’immagine. Può essere il filo che pende dal soffitto di un’aula o la massa di capelli morti, bagnati, sulla spalla, ma anche guardando le cose, gli animali, le persone. Un processo di astrazione che va dalla forma di un oggetto alla figura umana, passando per il mondo animale e viceversa”. C’è una scultura che sembra il paradigma di questa dichiarazione. S’intitola Bosco animato, realizzato per il primo Simposio di scultura a Sassetta nel luglio di quest’anno e, in effetti, qualcosa di spiritato e solenne, di non casuale, si muove dentro il blocco di marmo rosso, trovando e chiamando a sé una forza che dimora sotto la crosta visibile e al tempo stesso vaga nell’aria. Paradossalmente è proprio l’uso di due materie fredde: il marmo e il ferro, a scaldare le forme di questa scultrice, chiamate a perpetuare il movimento, il gioco di masse e di linee che le ha fatte nascere. Lo sposalizio, infine, tra il marmo e il ferro, come avviene ad esempio in Dolci sorelle, non ha l’unico significato di contrapporre pieno e vuoto, ma ricorda il continuo affidarsi alla scultura e al disegno, al parto di una forma che invade lo spazio e all’appunto preparatorio, alla domanda di sintesi. Una gemellarità feconda che si riflette anche nella storia personale di Elisa Lorenzelli.

Nicola Dal Falco - Scrittore

L'artista "è" la sua opera

Non credo necessario – in tale sede – fare una elencazione delle personali o delle collettive che la giovane e brava scultrice Elisa Lorenzelli ha tenuto dal Duemila a oggi, e neanche ripetere i giudizi su quei lavori soprattutto marmorei (ma c’è il bronzo, la terracotta, il ferro...), che ne testimoniano un positivo e intenso iter col giusto equilibrio tra qualità e quantità.
Pur conoscendola solo da qualche anno, per me non è un azzardo collocarla già in un ambito senz’altro qualitativamente alto, confrontandola con innumerevoli presenze della sua generazione: non mi se ne voglia se osservando molti giovani – alcuni operanti proprio nell’area apuo-versiliese dove s’è formata soprattutto tecnicamente – e pur dando sempre la massima fiducia, accanto a lei ne metto ben pochi. Elisa Lorenzelli osserva, parla, discute... ma soprattutto lavora e cresce. Ecco che, nel gioco delle parole, il suo accrescimento formale si va arricchendo di un bello artistico (cioè di contenuto) che costituisce l’autentico linguaggio atto a rappresentarne quell’impegno il quale, passando dal filtro della ricerca, ne va definendo strutture in cui la forma-materia (cioè l’opera completa, ragionata) svela e riassume pienamente il suo volto.
È fuori di dubbio che l’essenzialità sia una delle sue prerogative, tanto che – evitando accuratamente orpelli altrove tanto ‘di moda’ che appesantiscono l’autentica scultura – ha trovato in quella che è stata opportunamente denominata “femminilità archetipica”: una cifra, un che di riconoscibile in cui si identifica un atto creativo che ovviamente ha in sé la conquista, frutto di appropriate e autonome scelte. Si tratta di scelte dove la stessa materia formale (soprattutto il marmo e nello specifico il Rosa del Portogallo) le suggerisce di volta in volta una nascita, che poi si unisce alla coscienziosità del fare. Tra figurazione e una sorta di astrattismo si sta perciò fluidamente concretando, non tanto un viaggio in cui prevalgono le emozioni e le sensazioni, bensì quella significazione che può benissimo essere intesa come una rigenerazione e sistemazione di un qualcosa da usare e da piegare e in definitiva da plasmare, sempre per dare un’identità piena al pensiero e alla realtà. La stessa morbidezza di più sculture d’ogni dimensione come Sirena, Dolci sorelle, Torsione femminile, accompagnano l’osservatore in un suadente percorso in cui non c’è una casualità, bensì un’attenta valutazione del tema da affrontare e quindi da mettere in essere secondo l’esigenza di un linguaggio armonico e dunque organico.
L’artista “è” la sua Opera, tanto che fanno ulteriore fede – per una scultrice su cui s’è posata l’attenzione di critici e di giornalisti e persino di colleghi – sculture sulle quali va sostando, silenziosa e delicata, “l’essenza di un’Etruria magica e profonda, che dal suo cilindro fa uscire la modernità delle figure femminili” e di tutte le altre che diventate materia plasmata ben rappresentano e definiscono la sua personalità.

Lodovico Gierut - Giornalista e Critico d'arte